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Quel che è mio è tuo e quel che è tuo è mio, oppure distinguiamo?
Una delle cose verso le quali, in genere, i novelli sposi hanno minore dimestichezza è il diritto di famiglia, vale a dire quell’insieme di leggi che riguardano i rapporti tra coniugi e i loro beni patrimoniali. Vuoi perché per antica tradizione noi italiani siamo sempre rimasti un po’ legati agli sfortunati capponi di Renzo e pensiamo che, alla mal parata, riusciremo comunque a trovare un’azzeccagarbugli che ci darà una mano, vuoi perché è così difficile parlare di diritto di famiglia con la nostra ragazza nelle sere d’estate.
A guardar bene c’è anche una virgola di luna, là sopra il ciglio degli alberi; ma dai vetri appannati dell’auto si scorge a malapena l’insegna al neon della Punta dell’Est, da dove ci giungono sussurri d’orchestra.
«Vuoi andare a ballare?» propongo.
«No, preferisco restare qui con te.»
Ve l’ho detto, è difficile parlare di comunione o separazione dei beni in certe serate. Bisognerebbe magari provarci in altre occasioni, che so, nelle domeniche d’inverno, se non andate a sciare.
Io e Giulia, per esempio, abbiamo affrontato il discorso per telefono, una sera, mentre si parlava del più e del meno. All’incirca così:
«Senti dolcezza, è noto a tutti che hai accettato di sposarmi soprattutto per i miei soldi...»
Una risata pazzesca, anche un po’ forzata, mi tolse la parola.
«Sì, amore mio, è vero. Ma soprattutto è giusto che tu ti preoccupi di come verranno ripartiti i diritti d’autore dei tuoi scritti e delle tue canzoni!» Giulia aveva detto né più né meno una buona battuta. Tanto buona che se ne pentì subito.
«No, scusa Gino... forse è giusto che te ne preoccupi, invece: non sono poi tanto male... Se vuoi io sono per la separazione dei beni.»
«Ma io no: è impossibile», ribattei.
«E perché impossibile?»
«Perché una chitarra, un paio di sci e un personal computer sono beni difficilmente divisibili.»
(Rif. Pagina 9)
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In casa nostra siamo tutti architetti
Sono in molti coloro che ritengono di avere talento in fatto di arredamento.
Forse troppi. Tant’è che a me era sorto il sospetto, a suo tempo, che per il solo fatto di saper mettere due poltrone davanti a un divano non potessi considerarmi un arredatore di grido.
E così mi rivolsi a un vecchio amico, Giancarlo, che frequentava il quarto anno di Architettura, per avere lumi su come arredare il mio sottotetto (quello della scapigliatura).
Ebbene, per l’architetto in divenire Giancarlo Bertoli il problema era elementare. «Dunque» mi disse, «il buco te lo sei preso per portarci su le ragazze, giusto?»
«Non solo...» precisai.
«Quindi», proseguì lui, seccato per il mio debole tentativo di mascheratura, «le ragazze devono capire, appena ci mettono piede, qual è il clima: moquette in terra, cuscinoni sparsi un po’ ovunque, qualche parete rosso vivo, un bell’impianto stereo e molti posacenere.»
«Ma io non fumo», protestai.
«Non fa nulla: fumano loro. E occhio alle luci! Tutto dipende dalle luci. Stai sul morbido: soft! soft! molto soft.»
Il problema era che non potevo neanche sedermi su quei cuscinoni, né tantomeno appoggiarci sopra il PC. Inoltre le luci soft non erano le più adatte per lavorare. E fu così che il destino mi venne in aiuto mettendomi in contatto, per ragioni di lavoro, con un altro, ma ben più noto, oserei dire famoso, architetto: Jilly Giudici. Ovviamente non mi azzardai a chiedergli consigli (gratuiti) su come arredare il mio monolocale, ma bevvi alla sua fonte, ascoltandolo conversare, formulare giudizi, preconizzare soluzioni.
E così seppi.
«Dunque prima di tutto la casa non si chiama casa ma “cellula abitativa”. Dentro questa cellula l’individuo deve sentirsi al centro delle proprie interazioni: affettive, sociali, economiche. Deve altresì potersi muovere a suo agio e, soprattutto, evolversi, nell’ambito di soluzioni (anche mutevoli) purché in sintonia, per l’appunto, con il mutare della sua personalità.»
(Rif. Pagina 16)
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Dal diario di un impiegato
Dopo aver fatto sgambare i cavalli nell’elegante maneggio della scuola e aver salutato gli ormai sfiduciati coniugi Villa, ancora errabondi nella brughiera dalla sera prima alla ricerca di una stanza a causa di un disguido nelle prenotazioni (è stato un saluto patetico; la signora Villa, visibilmente commossa, si è detta sconvolta e indignata) il gruppo dei cavalieri, capeggiato da alcune guide locali in impeccabile giacca nera e pantaloni beige, ha preso finalmente la strada dei boschi. Poi via, spediti, per sentieri, viottoli e terreni incolti.
Ad onor del vero, la preoccupazione di lasciare la testa in qualche biforcazione degli alberi più bassi non consentiva, soprattutto nella foga del galoppo, di assaporare in pieno “l’incanto silenzioso della verde natura”. Circa l’odore dei tigli ho chiesto lumi a un vecchio collega, Alberto Zaghi, in un momento in cui, colluso con una nuvola di polvere, trotterellava accanto a me. La risposta è stata:
«Tigli... Ma, non so, io preferisco l’odore del cavallo.»
Si è mangiato, molte ore dopo, cavalieri e cavalli in locali separati, in una trattoria tipica della zona, centro focale di un paesetto carsico distante probabilmente una decina di chilometri dalla “verde oasi di Lipica e del suo confortevole Hotel Maestoso”.
Un pasto, direi, conquistato, imperniato su un secondo di polenta color grigio ferro (vagamente simile alla nostra polenta taragna valtellinese) e grossi tranci di carne di manzo in umido. Ineccepibile il vino rosso, secco e corposo.
Avendo fatto notare al mio vicino di tavola che tutto quel vino avrebbe potuto essergli causa di qualche malessere una volta risalito sullo shaker a quattro zampe, egli, con la calma e il tono pacato dei napoletani di rango, mi ha risposto: «Eh, caro Bulgarelli, se non bevo, dove la trovo la forza di risalire tra dieci minuti su quella tegola traballante!»
(Rif. Pagina 42)
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IL TEMPO VA
Il tempo va...
Questa sera lo sento scorrere nitidamente,
con l’aiuto del rumore discreto delle onde
e di una lama di luna
che taglia in due un mare quasi nero.
Anche il pensiero va...
verso confini indefinibili,
distanti da noi milioni di anni luce,
laddove il tempo e lo spazio hanno qualcosa in comune,
dicono i saggi.
E dove,
crediamo,
questo nostro tribolato formicolare
trova un senso.
E tutto ci viene finalmente svelato.
(Rif. Pagina 98)
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Un Natale a Dìkaia
Una comunità come molte altre, Dìkaia, sorta sui resti di una mostruosa megalopoli del centro Europa: una di quelle superaffollate città dell’era post-industriale che avevano dato non poco filo da torcere a governanti e a sociologi sino a tutto il Duemilatrecento.
I marciapiedi mobili che entravano e uscivano dai market del centro erano carichi di persone; non c’era da stupirsi, era mercoledì, giorno che molti sceglievano per il riposo infrasettimanale, e in più era Natale, una festa che qualche cristiano-umanista osservava ancora.
Alex staccò gli occhi dalla piazza e guardò il cielo biancastro attraverso il tetto trasparente dell’aula. Erano le tre del pomeriggio. Con un cielo del genere avrebbe anche potuto nevicare; non a Dìkaia, certo, ma nelle zone disabitate circostanti la città.
«Come va, Alex? ancora qui?» L’assistente si avvicinò al ragazzo. «Posso aiutarti?» chiese.
Alex scosse il capo. «No, grazie; mi sono fermato perché volevo raggiungere il livello 22 del mio corso programmato.»
«E ci sei riuscito?»
«Mi manca solo la lezione di urbanistica.»
«Beh, forza, la ripasso volentieri anch’io...» L’assistente sorrise.
Alex premette un tasto sulla consolle e sull’ampio visore comparve il plastico della sua città, Dìkaia: una piattaforma circolare di dieci chilometri di diametro, solcata da sottili fessure. Tre nuclei periferici si aprivano a raggiera dal corpo centrale.
«I primi plastici di città a geometria ottimale», iniziò la voce del commentatore, «vennero esposti alla Fiera di Osaka già nel 1970, quindi in pieno secondo Medioevo; autori del progetto due architetti italiani: Portoghesi e Gigliotti. Ma non è necessario che ricordiate date e nomi. A causa degli eventi storici che caratterizzarono i secoli che hanno preceduto e, soprattutto, seguito il Duemila, e che come ben sapete furono travagliati da continue guerre e da profonde trasformazioni sociali,
(Rif. Pagina 153)
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